ARTE E CREATIVITA'
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martedì, settembre 02, 2025
giovedì, dicembre 12, 2024
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PIERO MONTANA “ERESIA E MAGIA NELL’OPERA EROTICA DI RANIERO ALLIATA DI PIETRATAGLIATA PRINCIPE DEL SACRO ROMANO IMPERO”
SABATO 14 DICEMBRE ALLE ORE 17,30
CENTRO D’ARTE E CULTURA “PIERO MONTANA”
BAGHERIA (PA)
Sabato 14 dicembre alle ore 17,30 nei locali del Centro d’Arte e Cultura “Piero Montana”, siti in via Bernardo Mattarella n 64 a Bagheria (Palermo) sarà presentato dal prof. Tommaso Romano il libro di Piero Montana "Eresia e magia nell’opera erotica di Raniero Alliata di Pietratagliata Principe del Sacro Romano Impero".
Se già dell’Alliata si avevano sue notizie biografiche nel libro "Il principe mago" di Ben Parodi riguardo alle sue incursioni nell’occulto (sedute spiritiche e trance medianiche), é invece alla produzione artistica, consistente per lo più in tempere, disegni e tecniche miste, che si viene a soffermare l’attenzione di Piero Montana, che non è alla sua prima esperienza per quanto riguarda una indagine accurata sul mondo della magia e del mistero, avendo già scritto dei libri a riguardo, nell’occuparsi, in particolar modo, degli elementi alchemici ed esoterici di Villa Palagonia.
Ebbene nelle opere pittoriche e grafiche dell’Alliata, pregne di un gioioso erotismo, Montana, in un’analisi assai dettagliata di esse, scopre un universo magico, completamente obliato ai giorni nostri, ma tuttavia ancora superstite nella cultura di Raniero Alliata, ultimo discendente di una delle famiglie più nobili di Sicilia, i cui primogeniti potevano vantarsi di portare il titolo regale di Principi del Sacro Romano Impero.
L’universo magico che l’autore del libro scopre nell’opera pittorica e grafica dell’Alliata non è solo il mondo di una magia rinascimentale, quella per intenderci di Cornelio Agrippa e Giordano Bruno, la cui magia matematica in tale opera è visibilmente preponderante, ma pure l’universo ancora più antico di una religione assai impregnata di mistero: quella gnostica.
Allo gnosticismo ed in particolare a quello cristiano, come ci dice lo storico delle religioni, Mircea Eliade, si deve infatti l’importanza che la figura dell’androgino aveva per una tale religione.
L’ artista Alliata nel concentrare tutta la sua attenzione su tale figura, diversamente da quanti altri prima di lui si erano occupati dell’androgino, riscopre in esso la sua fondamentale natura, mai prima d’ora rimarcata, quella propriamente magica, seppure già messa in evidenza nel Vangelo di Tommaso.
E’ infatti in questo Vangelo che Gesù rivolto ai suoi discepoli afferma (logion 106) che quando i due, il maschio e la femmina, saranno uno, questi avrà pure il potere con la sua volontà di spostare una montagna.
E’ solo da una pienezza d’essere che può infatti per gli gnostici traboccare tutta la sua energia.
Avendo preso conoscenza di ciò l’Alliata verrà a popolare lo spazio della sua arte di soli corpi androgini.
Ma se l’androgino è solo un essere mitico, di cui al presente l’uomo non è che la testimonianza parziale e frammentaria, come attingere alla sua magia?
La magia matematica di Bruno verrà in aiuto all’Alliata. La magia matematica infatti, essendo intermedia tra le cose mondane e quelle sovrannaturali, con i suoi numeri e le sue figure può rapportarci a queste in tutta la loro potenza.
Mediante il numero, considerato nella sua essenza pitagorica ossia qualitativa, il mago può infatti pervenire alla realtà che viene di fatto a costituire. Così che il numero cinque, composto dal primo numero pari il 2, considerato dai pitagorici, femmina, e dal primo numero dispari, il 3, considerato dagli stessi, maschio, essendo la mescolanza dei due generi, nella sua essenza può rapportarci al mitico androgino.
Del cinque tuttavia Agrippa, e con lui Bruno, dicono, che è un numero di non poca virtù, perché una maggiore virtù la si può riscontrare in una sua addizione o moltiplicazione per 2, che dà il 10, il numero universale, che viene a costituire tutti i numeri e le realtà che da loro derivano.
L’Alliata pertanto nella sua arte non farà altro che rappresentare figurativamente la realtà di tali numeri androgini nonché delle loro addizioni o copule, ed ancora delle loro moltiplicazioni all’interno dello spazio di un’opera, che pertanto viene a configurarsi come base di un’operazione di alta magia.
L’androgino, secondo Montana, costituisce per l’Alliata sì il fine di un processo di individuazione mirato ad una completezza d’essere, ma pure essenzialmente mirato alle potenzialità magiche che da essa possono scaturire.
Le figure androgine di tutte le sue opere non sono pertanto, in base a tale interpretazione, che figure di un tale disegno magico, coltivato in un mondo, il nostro, in cui però con l’antica magia è scomparso l’anelito dell’uomo a superare le proprie condizionalità e i propri limiti.
A questa interpretazione strutturale delle opere dell’Alliata, Montana nel suo libro aggiunge altre considerazioni, che hanno però un unico denominatore comune, quello di considerare un errore grossolano venirsi a soffermare su una visione prettamente naturalistica delle figure ivi rappresentate.
Montana in tale suo libro piuttosto ribadisce che l’androgino raffigurato nei suoi dipinti dall’Alliata non va confuso con l’ermafrodito, che di esso sarebbe invece la caricatura.
In quanto figura mitica e non reale essa va vista come un modello metafisico della pienezza d’essere e della gioia, sentimento assai distinto dal piacere, che in tale pienezza si viene ad esprimere.
Per quanto infine riguarda l’aspetto prettamente artistico dell’opera dell’Alliata, Montana fa notare che, nella crisi dell’immagine dell’uomo che caratterizza tanta figurazione moderna e contemporanea, la figura dell’androgino esente da ogni deformazione e sfigurazione, è la sola che dell’essere umano propone invece l’immagine davvero integrale, quella di un uomo non più scisso, non più frammentato e solo in tale frammentazione del tutto deturpato.
sabato, aprile 13, 2024
Tripi, giornata storica con la presentazione degli scavi archeologici di Abakainon
La presentazione dei nuovi scavi che hanno riportato alla luce la città di Abakainon !
A Tripi, Messina.
domenica, marzo 03, 2024
Dai nativi d'America la danza di guarigione con il vestito a sonagli.
Storia della danza col vestito-che-suona (Jingle Dress Dance )
La Jingle Dress Dance iniziò con la Mille Lacs Band della tribù Ojibwe all'inizio del 1900 e divenne prevalente negli anni '20 nel Wisconsin e Minnesota (regione dei Grandi Laghi) negli Stati Uniti e in Ontario, Canada.
La storia è che l'abito fu visto per la prima volta in sogno. La nipote di uno stregone si ammalò e mentre l'uomo dormiva i suoi spiriti guida indiani andarono da lui e gli dissero di realizzare un vestito Jingle, coi campanelli, per la bambina. Dissero che se la bambina avesse ballato con esso, il vestito l'avrebbe guarita. Fu realizzato il Jingle Dress e la tribù si riunì per guardare la bambina ballare. All'inizio, la bambina era troppo malata per ballare da sola, quindi la sua tribù la portò in braccio, ma dopo un po' di tempo la bambina fu in grado di ballare da sola, guarita dalla sua malattia.
Da allora la danza non è stata solo un rituale di guarigione ma anche di orgoglio.
Che aspetto hanno i vestiti Jingle?
Si ritiene che gli abiti Jingle, noti anche come abiti da preghiera, portino guarigione a coloro che sono malati. Come accennato in precedenza, la danza prende il nome dalle file di ziibaaska’iganan (sonagli fatti da coni di metallo) cucite sul vestito. Questi coni sono tradizionalmente realizzati con coperchi di tabacchiera arrotolati e appesi al vestito con nastri vicini l'uno all'altro, in modo che emettano un suono melodico mentre le ragazze e le donne ballano. Tradizionalmente, l'abito è ornato da 365 jingle, o coni, visibili. Al giorno d'oggi, questi coni sono spesso realizzati a macchina.
Gli abiti sono disponibili in tutti i colori immaginabili, dal giallo al blu brillante, al rosso intenso, e accentati con scintillii e persino tessuti color neon. Sono spesso realizzati con materiali lucidi e scintillanti e decorati con frange, ricami, perline e altro ancora.
Di solito hanno maniche da tre quarti a lunghe e scendono a metà polpaccio o alla caviglia. Sono fissati in vita con una spessa cintura, spesso di pelle marrone. Ai piedi, la ballerina indossa mocassini decorativi impreziositi dallo stesso tipo di dettaglio che si trova sui loro abiti.
Quali sono i passi della Jingle Dance?
Quando gli ziibaaska’iganan ( i sonagli) si colpiscono l’un l’altro sembra che piova, quindi è importante che il ballerino sia leggero sui piedi, si muova a tempo con il tamburo e si fermi quando il ritmo si ferma. Mantengono i movimenti dei piedi bassi a terra mentre ballano, scalciando i talloni e rimbalzando sulle punte dei piedi al ritmo della musica. In genere, questa danza viene eseguita secondo uno schema a zigzag, che si dice rappresenti il proprio viaggio attraverso la vita, o almeno così dice la storia. Spesso tengono le mani sui fianchi e se ballano con un ventaglio di piume (pieno di colori neutri, come le piume d'aquila) come fanno i più moderni ballerini di Jingle Dress, lo sollevano in aria mentre ballano per ricevere guarigione.
La danza tradizionale indiana prevede passi bassi e dai piedi morbidi, come potrebbero essere eseguiti da coloro che sono malati, mentre i moderni ballerini competitivi spingono alcuni oltre i limiti mentre cercano di superare i loro concorrenti. Il modo in cui la danza si è evoluta si è basato saldamente sulla sua storia d'origine.
Quali sono le canzoni e la musica di Jingle Dance?
La musica per questo stile di danza ha come fondamenta un solido ritmo di tamburo e, naturalmente, i coni di metallo emettono un forte tintinnio (da cui il nome) mentre le donne si muovono, il che contribuisce alla musica che ascolterai durante un Jingle Dress Dance. . I ballerini di jingle di solito ballano con i gruppi di tamburi del nord. Canzoni speciali per Jingle Dance includono un Side Step o un Crow Hop.
lunedì, aprile 17, 2023
IL GIARDINO DELLA SPECULAZIONE COSMICA
Un giardino per passeggiare nella matematica
venerdì, ottobre 22, 2021
con OmoGirando alle pendici dei Monti Lucretili il 31 ottobre prox
Domenica 31 ottobre a Palombara Sabinavisita guidata gay friendly OmoGirando alle pendici dei Monti Lucretili!
Una mattinata alla scoperta di alcuni luoghi poco noti nelle campagne tra Palombara Sabina e Marcellina.

Appuntamento: Domenica 31 ottobre a San Giovanni in Argentella (Vi daremo indicazioni)
Massimo 35 persone.
Costi: Contributo guida €12,00 con radioguide sanificate
Difficoltà visita: IMPEGNATIVA
Prenotazioni: entro il 30 ottobre, salvo esaurimento posti.
Note:
● La visita durerà fino all’ora di pranzo, finiremo nel primo pomeriggio.
● Necessaria l’automobile.
● Pranzo al sacco.
● In base alle normative dettate dall’Ordinanza del 25 giugno 2021, è possibile partecipare alla visita guidata senza la mascherina solo durante i percorsi all’aperto. L’uso della mascherina sarà obbligatorio entrando nei luoghi chiusi.
● I nominativi dei partecipanti dovranno essere trattenuti da OmoGirando per 14 giorni dopo la visita, nel rispetto della normativa sulla privacy.
● Le radioguide saranno pre-sanificate con un sistema brevettato a firma di chimico responsabile in camera di ozonizzazione, che permette di eliminare germi e virus su tutte le superfici e le parti interne degli apparecchi (che non vengono di norma sanificate con sistemi UV o pulizia manuale).
● Consigliati scarponcini da trekking e macchina fotografica!
Per partecipare contattare Vincenzo
cell +39 3393224349
mail info@omogirando.it
martedì, ottobre 12, 2021
Il "campo infuocato"di Roma era sotto Corso Vittorio Emanuele ?
Ringrazio per queste notizie incredibilmente interessanti il mio amico Francesco Ottaviani
AMg
martedì, aprile 06, 2021
Il giorno 06/04/2021 SI PRESENTA LIVE “BAGHERIA ESOTERICA” DI PIERO MONTANA
«Il libro che non si rivolge a chi a Bagheria presta un’attenzione “campanilistica” bensì a chi viene attratto da una cultura europea che nelle ville dell’aristocrazia palermitana ha trovato piena manifestazione, come dichiara l’autore, racconta una Bagheria esoterica da cui era attratta l’aristocrazia palermitana, venuta a risiedere nella Città delle Ville.»
Alla presentazione del volume edito dalle edizioni Amici di Plumelia, prenderà parte oltre all’autore, il vicesindaco e assessore alla Cultura Daniele Vella e la professoressa Rosanna Balistreri. A coordinare la presentazione la giornalista Marina Mancini.
L’originalità del volume che si apre con Villa Branciforti Butera, che vide la sua realizzazione nella metà del Seicento, sta nell’essere ritornati, attraverso il racconto, nel clima culturale europeo della metà del Seicento, indagando Bagheria partendo dal tema della malinconia, che l’autore esamina incominciando dai versi della Galatea del Cervantes che Don Giuseppe Branciforti fa propri facendoli incidere in una lapide del suo palazzo.
E la presentazione vedrà come sfondo la sala Borremans di palazzo Butera dove autore e relatori, in presenza, ma con le dovute regole anticovid, presenteranno live, sui canali social dell’Ente “Bagheria esoterica”.
Piero Montana, già dipendente comunale, è da sempre parte attiva del movimento militante glbt, operatore culturale che lo ha visto protagonista di tanti eventi culturali che gli hanno dato anche fama nazionale, autore di diverse raccolte di poesie, è direttore e proprietario dell’omonimo centro d’arte e cultura.
Per seguire la diretta:
su yotube https://www.youtube.com/user/comunebagheria
su facebook: https://www.facebook.com/ComuneBagheria
CENTRO D’ARTE E CULTURA DI BAGHERIA
VIA BERNARDO MATTARELLA N 64
CELL. 3886416109
martedì, febbraio 02, 2021
Etrusco-Falisci : breve storia di scavi e recuperi non troppo scientifici...
GLI SCAVI DI NARCE...E GLI ETRUSCO-FALISCI...
CRONACA DEL DEPISTAGGIO ...DI SCAVI ABBANDONATI ...E ANCHE DELLA DISTRUZIONE DI ANTICHI E "SCOMODI" REPERTI ARCHEOLOGICI
Le tombe a camera, a pozzo, e quelle scavate sulla rupe tufacea indicano sia presenze etrusche sia di altre etnie, già nella tarda Età del ferro. Provenienti dall’Argolide, insediati a Falerii Veteres, erano queste le presenze dei Falisci.
Menzionati dallo scrittore Strabóne, la storia dei Falisci è legata a quella degli Etruschi dei quali diventano ben presto alleati e, a partire dal V sec. a.C. iniziano insieme, le lotte contro Roma. La vicinanza dei Falisci con gli Etruschi, è tale da essere inclusi da Tito Livio, tra i popoli etruschi partecipanti ai concili federali delle dodici Nazioni dello Stato dell’Etruria presso il Fanum Voltumnae, il santuario nazionale degli Etruschi.
A est di Mazzano Romano, si notano i ruderi di un insediamento falisco del IX secolo a.C., l’insediamento di Narce, dall’impronta etrusca, e molto più antica di quella di Falerii Veteres.
L’abbondanza di sepolture riferibili all’età del Ferro a Narce, fa intendere l’importanza e la grandezza di ciò che non sarà più chiamato insediamento ma città prestigiosa etrusca.
Gli scavi archeologici dell’Ottocento, vennero effettuati nelle proprietà del duca Filippo Massimiliano Del Drago Biscia Gentili, II principe di Mazzano ed Antuni (Roma, 4 marzo 1824 – Roma, 21 aprile 1913) e sposo di Maria Milagros Muñoz y Borbon, marchesa di Castillejo.
Le proprietà dei due nobili, coincidevano con l’estensione dei territori dei due comuni di Mazzano e di Calcata. Indagini archeologiche condotte nelle vicinanze del fiume Treja in località Narce hanno scoperto numerose statuette e teste votive, oltre ad appurare la conoscenza dei più antichi riti di fondazione, che hanno portato la terra italica al risveglio dalla notte della Preistoria.
Vengono rinvenute ventidue necropoli distribuite sui pendii circostanti i tre nuclei dell’abitato: Narce, Monte Li Santi e Pizzo Piede.
A La Petrina viene addirittura scoperto un Tempio, il cui scavo del 1891 venne inspiegabilmente interrotto.
Le antichità di Narce, rinvenute dagli archeologi e dagli affiancatori tombaroli, vengono esposte nel 1892 nel grande emiciclo del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e vengono incluse nella guida archeologica “Italia Antica: Dall’Età Paleolitica agli Etruschi e Romani” di Alessandro Della Seta, che costituisce la prima edizione di quello che sarà il Catalogo-Presentazione dei materiali provenienti dalla necropoli, dal titolo “I Tufi di Narce”. Sarà solo l’avvento della Seconda Guerra Mondiale a comportare lo smontaggio delle vetrine e il definitivo immagazzinamento dei materiali.
Gli scavi si concentrarono a partire dal febbraio del 1933 sul pianoro di Pizzo Piede e portarono alla scoperta di un santuario della città di Narce, di tracce delle mura di difesa dell’abitato, della via lastricata d’accesso, oltre ad alcune evidenze funerarie.
Oltre alla via lastricata, venne identificata la via Narcense che è tutt’ora l’antica strada lungo la valle del Treja, tra i boschi, che collega, Narce con Falerii Veteres, capitale dell’Ager Faliscus.
Tra il 1962 e il 1963 si consuma uno scempio archeologico che danneggerà per sempre il prestigioso sito di Narce, il più antico della zona. Si tratta della costruzione della strada provinciale 17/b Mazzano – Calcata. Gli ingenti lavori per la costruzione della strada, portarono a sventrare con profondi sbancamenti, ottenuti mediante l’utilizzazione di dinamite, la necropoli de La Petrina in corrispondenza del nucleo sommitale, e comportarono la distruzione del viadotto etrusco di collegamento tra Narce e Monte Li Santi.
Costruito presumibilmente nel corso del VI secolo a.C., questo poderoso monumento di ingegneria e di urbanistica, costruito in blocchi di tufo perfettamente squadrati, alto in origine più di quaranta metri, conservava una cospicua porzione rivenuta “intatta e ben
conservata” al tempo dei primi scavi di Narce.
Eppure, nell’agro falisco, vennero rinvenute anche una necropoli ed una opificio per la lavorazione delle tegole di età repubblicana. Il quadro dei ceramisti del VII secolo a.C. è arricchito a partire dal 1974 dalle scoperte di pitture riconducibili al pittore di Narce.
La bravura del ceramografo di Narce, si riscontra nel rinvenimento sul mercato antiquario di pregevoli opere per un totale di dodici vasi, sottratti dalle necropoli di Narce.
Alcuni rari ceramisti con bottega nelle aree di Mazzano Romano e di Calcata ancora oggi usano le antiche tecniche vecchie di secoli, lavorano la creta, l’argilla, vengono chiamati pignattari, poiché specializzati nel modellare le pignatte al pari dei vasai etruschi chiamati figuli, che modellavano la ceramica rossa.
È antichissima la consuetudine di modellare con l’argilla il vasellame, i mattoni, le tegole e le statuette votive.
La terracotta o ceramica, poiché il termine deriva dal greco Keramos cioè argilla, deriva appunto da questo materiale naturaleche ci offre la terra e molto diffuso.
L’argilla può essere considerata uno dei simboli dei quattro elementi della Natura stessa, infatti abbiamo la terra ovvero l’argilla che ci da la materia prima, l’acqua con cui viene lavorata per poi essere plasmata, l’aria che serve ad asciugarla e ad indurirla, ed infine il fuoco, che riesce con la sua forza, a renderla forte e resistente.
L’argilla è uno dei materiali più semplici e poveri, e si trovano in natura, gli etruschi la chiamavano il dono degli dei.
La pratica e l’esperienza fecero scoprire a quegli antichi “artisti” che questi oggetti, se venivano cotti in forni appositi, o anche su fiamma viva, riuscivano ad essere molto più resistenti e che quindi si potevano decorare meglio perché il colore non si spandeva su tutta la superficie della loro creazione. I colori potevano essere applicati direttamente sull’argilla cotta, e le forme potevano essere molto più raffinate.
Al materiale che usciva da questo nuovo procedimento che era la cottura, fu dato il nome di “terracotta”.
Numerosi musei stranieri mostrano le ricchezze del vasellame rinvenuto nelle necropoli di Narce, dal Danish National Museum di Copenaghen al Deutsches Archäologisches Institut di Roma, dalle collezioni etrusche del Chicago Field Museum ai magazzini segreti del Museo Etrusco di Villa Giulia.
La ricchezza di Narce si esplica anche nei reperti dei materiali bronzei della serie dei Prähistorische Bronzefunde, molti dei quali presero il volo per il Museo Nazionale di Berlino. Le tipologie delle spade, dei coltelli, dei rasoi, delle patere baccellate in bronzo, degli strigili, delle asce, delle brocche e delle statue, contemplano la cospicua parte dei rinvenimenti ottocenteschi dalle necropoli di Narce e da quelle dell’Agro falisco. Nell’inverno del 1985 vengono alla luce nella valle delle Rote, alle pendici di Monte Li Santi, dopo le profonde arature dei contadini, i resti di numerosissimi blocchi di tufo e frammenti architettonici e fittili.
I primi sondaggi di scavo della Soprintendenza, tra il 1985 e il 1986, portano alla luce i resti di un complesso monumentale di alto valore storico: il Santuario Falisco ovvero, del Santuario federale dei Falisci, sacro a Giunone Curite.
Nella necropoli di Monte Cerreto, dalla campagna di scavo inglese, viene rinvenuta la “tomba degli ori”, ed il materiale in parte viene conservato al British Museum di Londra, e gli ornamenti e gli “ori”, vengono conservati al Museo Etrusco di Villa Giulia.
Le iscrizioni in etrusco a Narce, ipotizzano la presenza, stabile nel tempo, di una enclave etrusca, in particolare legata all’abitato di Pizzo Piede, nelle cui necropoli si concentra la maggior parte delle iscrizioni.
Nelle necropoli di Narce prevale il rito incineratorio che perdura nella fase avanzata dell’età del ferro, oltre al reiterarsi di alcune azioni nei rituali della deposizione, distinti fra i generi.
Le caratteristiche straordinarie delle sepolture ad incinerazione specialmente di un cavaliere armato permettono di comprendere le incinerazioni di matrice eroica, caratterizzate dalla presenza di armi, scudi, elmi, a Narce ed in altre necropoli dell’ager falisco. Attorno a Narce si estendono diversi nuclei di necropoli le cui tombe hanno restituito una grande quantità di reperti, oggi custoditi all’interno del Museo Nazionale dell’Agro Falisco di Civita Castellana.
Fabio Rossi
da Le Tombe monumentali del Lago di Bolsena.
venerdì, dicembre 18, 2020
Villa Palagonia Una decifrazione dell’incubo -Giovedi 24 dicemembre, nel Settimanale di Bagheria
Villa Palagonia
Una decifrazione dell’incubo
Comunicato stampa
Giovedi 24 dicemembre, vigilia di Natale, nel Settimanale di Bagheria uscirà un supplemento di 40 pagine costituito dal testo
Villa Palagonia. Una decifrazione dell’incubo,
tratto dall’ultimo capitolo del libro di Piero Montana BAGHERIA ESOTERICA.
In questo scritto Montana attua una vera
rivoluzione copernicana perché fondamentalmente la figura di Ferdinando
Francesco Gravina, Principe di Palagonia, non è più vista e studiata con gli
occhi della mentalità moderna, ma con quelli dell’epoca in cui visse il
principe.
Mettendosi al posto del Gravina l’autore descrive il trauma che l’aristocratico principe doveva quotidianamente vivere innanzi alla crescente affermazione delle idee illuministe che non potevano mettere in discussione, in crisi l’esistenza del principe, che inscenava, in maniera apotropaica ed in anticipo con i tempi, con la sua villa dei mostri tutto un teatro della crudeltà che veniva a prefigurare. Se il principe di Palagonia non conobbe il Terrore rivoluzionario, tuttavia molto prima che esso venisse attuato ne diede un’immagine impressionante all’interno della sua villa.
A riguardo lampante ci sembra la testimonianza di due viaggiatori stranieri, il conte de Borch e Patrick Brydone, il primo nelle Lettres sur la Sicile e Malta così scrisse riguardo a Villa Palagonia:
<<Da questa porta la balaustra prosegue e forma una specie di forma di cavallo che termina nel Palazzo. Tutta la parte alta della balaustra è ornata di idre simile all’idra di Lerna, senonché le teste variano continuamente di forma e di numero; la balaustra circonda un pozzo ed una fontana; guardando quei due oggetti si crede di essere stati trasportati nella stanza proibita di Barbablù; cento busti senza testa, cento teste staccate dal busto e sparse qua e là a caso farebbero di quel luogo un vero regno dell’orrore, una vera macelleria…>>
Certo in questa scena descritta da
Borch manca qualcosa ma su essa già si proietta l’ombra dell’orribile
marchingegno, l’ombra di quella ghigliottina che soprattutto il Terrore della
Rivoluzione francese avrebbe alacremente azionato ed inarrestabilmente messo in
opera.
Quando
Patrick Brydone, che è stato il primo viaggiatore straniero a mettere piede a
Villa Palagonia ci narra nella sua Lettera XXIV in Viaggio in Sicilia e
Malta che <<Quasi tutte le camere (della Villa) hanno il pavimento
fatto di lastre di marmo fine di diversi colori che sembrano tante lapidi
tombali>> può mai immaginare che esse si riferissero alla sepoltura di
tutti quei busti aristocratici senza testa, staccati dall’immaginaria
ghigliottina del Gravina che aveva forti poteri propri dei più dotati
sensitivi?
Identificato
dall’autore come l’iniziatore, finora
ignoto, del pensiero controrivoluzionario (De Maistre, Bonald, Lamennais,
Haller, Donoso Cortés), anche se il pensiero del principe, che detestava
le esemplificazioni chiarificatrici,
care alla divulgazione enciclopedica illuminista, rigorosamente non fu mai
espresso in parole o in scritti ma in un Liber Mutus ossia in un Libro di
pietra, Ferdinando Francesco Gravina
giuniore viene dunque a ricoprire con lo scritto di Montana non più il posto
dell’eccentrico, bizzarro e lunatico aristocratico, che finora gli era stato
esclusivamente riconosciuto, bensì un posto di primo piano nell’ambito di una
cultura europea a cui solo oggi si incomincia a guardare con rinnovato
interesse.
Fortemente
critiche infine sono le posizioni del saggista riguardo alla psichiatria che, senza
mai averne conosciuto la persona ugualmente ha voluto far del Principe un
malato, un alienato. Infatti non considerando la realtà simbolica dei mostri di
Villa Palagonia Emil Krapelin, uno dei padri della moderna psichiatria,
interessandosi ad essi ne rilevò l’affinità con i disegni dei catatonici
esemplificandoli in una fotografia inserita nel primo volume del suo trattato
di Psichiatria. Per Montana il fatto che i catatonici assumano sembianze di
statue, con una immobilità, inespressività, inacessibilità davvero alienante
nulla ha a che fare con la vera personalità del nostro principe, che in vita anche
da molti viaggiatori stranieri fu ritenuto sano di mente.
Risibile se
non assurda viene considerata dall’autore poi la strana diagnosi di due
psichiatri amburghesi, che pur non avendo visto il ritratto del principe, che
ci mostra una figura aristocratica affilata, smunta ma per niente brutta,
vengono ad ipotizzare una patologia psicotica del Palagonia che lo avrebbe portato
a esorcizzare il complesso della sua bruttezza, circondandosi addirittura di
<<amici turpi>> quanto lui.
Più ci si
addentra nella modernità tanto più vengono stravolti la figura e il pensiero
del nostro principe.
Un esempio?
Ecco cosa scrive Leonardo Sciascia nella sua introduzione al brutto libro
fotografico di Ferdinando Scianna La villa dei mostri: <<… Ma da
quale stato d’animo, da quale coscienza, esperienza e cultura sorse questa
specie di campo di annientamento (Villa Palagonia, sic!) in cui don Ferdinando
Francesco Gravina eleggeva di passare i suoi anni dal 1847 al1789, i più
luminosi del secolo (sic.1), gli anni della maturità di Voltaire e Diderot,
dell’Enciclopedia, quello di cui Talleyrand dirà che mai sapranno cosa sia la
gioia di vivere coloro che non li vissero? Come mai mentre il mondo si votava
alla grazia il Principe di Palagonia si Votava all’Orrore?>>
Come mai-
rispondiamo noi- l’acuto indagatore, in questo sì ammirevole di casi di mafia,
non sa egli stesso darsi una risposta quando avrebbe dovuto sapere trattando
del Principe di Palagonia di trovarsi innanzi allo spirito, alla coscienza di
un aristocratico del più insigne lignaggio, alla coscienza di un uomo
fortemente religioso, che non poteva non
osteggiare le nuove idee atee e laiche di quegli stessi “luminosi” illuministi
che avrebbero finito per sovvertire il mondo dell’aristocrazia portandola tutta
al patibolo?
E’ davvero strano
che un ingegno come quello di Sciascia identifichi il campo di annientamento
del Terrore rivoluzionario con villa Palagonia nelle cui ornamentazioni
mostruose il Principe voleva appunto con un acume di sensitivo prefigurarlo
nella sua interezza.
Ma questi
sono i segni dei tempi che dall’eredità dell’età della ragione traggono
origine.
Centro d’arte e cultura Piero Montana
sabato, ottobre 26, 2019
Il Giornale di Sicilia censura la mostra "Galleria dell'eros-Nuove acquisizioni al Centro d'arte e cultura Piero Montana a Bagheria?
Ricordo che la mostra in questione apre i battenti da oggi !
AMg
Il Giornale di Sicilia censura la mia mostra "Galleria dell'eros-Nuove acquisizioni al Centro d'arte e cultura Piero Montana a Bagheria
La mostra “ Galleria dell’eros-Nuove acquisizioni” , nonostante fosse partito a suo riguardo una vostra notizia ansa, e nonostante diverse testate giornalistiche on line si fossero occupate da giorni della mia mostra, è stata censurata dal Giornale di Sicilia, dove nel suo spazio Palermo Vedere&sentire non è apparsa nemmeno l’ombra del comunicato da me più volte inviato e questo presumo perché PalermoToday della mia mostra ha dato una falsa notizia scandalistica e cioè questa:
"Mostra dell'eros alla Galleria Piero Montana, dal 26 ottobre al 26 novembre
2019, Mostra hard tra culi, tette e vagine: dai film di Moana Pozzi all'acchiappacazzi ntallaria"
Da qui il disorientamento del quotidiano in questione che ha preferito non dare alcun accenno della mia mostra che si occupa di arte sia pure erotica e non di volgare pornografia, contro cui vogliamo vivamente far sentire la nostra protesta, chiedendo anzitutto un incontro con il Direttore del giornale, che secondo il
centralino della testata, non sarebbe in sede.
Accludo in questo mio comunicato il link di Palermo Today che della mia mostra ha fornito un’ampia notizia.
http://www.palermotoday.it/eventi/cultura/galleria-eros-piero-montana-bagheria-inaugurazione.html
http://www.palermotoday.it/eventi/inaugurazione-galleria-piero-montana-bagheria-13-ottobre-2018.html
Piero Montana
Per vedere di che si tratta:
https://x-fly.blogspot.com/2019/10/da-sabato-26-ottobre-2019-le-nuove.html
domenica, ottobre 20, 2019
Da sabato 26 ottobre 2019 le nuove acquisizioni in mostra alla GALLERIA DELL'EROS
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| Juan Esperanza "Olfato" |
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| Franco Castiglione "la sfintria n 12" |
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| Alessandro Di Giugno " termografia del fallo" |
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| Angelo Belvedere “Culi e chitarre” |
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| Pino Manzella “Acchiappacazzintanllaria” |
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| Giovanni Proietto "Origine del mondo del Courbet" |
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| Calogero Barba “Fallo” |
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| Alba Montori - "STUPRO" |
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| Renato Lipari "La mano amica" |
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| Accursio Truncali "Priapo" |





























