ARTE E CREATIVITA'

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giovedì, marzo 16, 2017

Miti e leggende sul Monte Soratte

IL MONTE SORATTE

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Il Monte Soratte (a nord di Roma) è luogo di leggende arcane e miti immortali. La cima impervia del monte si stagliava come una zanna di lupo sul gregge ignaro, al pascolo nelle docili collinette della Valle del Tevere. È qui che gli Hirpi Sorani, i misteriosi sacerdoti pagani, celebravano i loro riti ancestrali in onore del Dio Lupo.
Secondo i rari resoconti storici, i mistici del culto di Soranus erano in grado di camminare a piedi scalzi sulle braci ardenti, per tre volte, senza provare dolore né scottarsi. Portavano in questo modo le carni delle offerte sacrificali fino all’altare del dio, in un complesso rituale che compivano una volta l’anno, si dice, in concomitanza con il Solstizio d’Estate.
 Tracce dell’antico tempio si possono osservare nella cripta della Chiesa di San Silvestro.
 Sembra che i cultisti si vestissero di pelli di lupo e fossero in grado di “diventare lupi” essi stessi, come narra la leggenda. È in questo luogo che abbiamo scoperto la loro storia.


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IL MITO DEI SACERDOTI LUPO.

Narra la leggenda che ai tempi del Primo Sacrificio, in cima al monte Soratte un branco di lupi giganteschi arrivò all’improvviso e rubò le carni delle vittime sacrificali, fuggendo poi via per la foresta impervia. Un gruppo di uomini ne seguì le tracce fino a una grotta che emanava vapori infernali. Le esalazioni tossiche uccisero quasi tutti gli umani, proteggendo invece le belve senza arrecargli danno. I pochi che sopravvissero tornarono nel villaggio, dove in breve comparve un morbo misterioso che decimò la popolazione. Quando venne interpellato l’Oracolo, esso rivelò che i Lupi erano protetti da Dis Pater (Plutone), il Dio dell’Aldilà, e che seguirli fino alla Caverna proibita aveva causato la maledizione della pestilenza. L’unico modo che gli uomini, colpevoli dell’atto sacrilego, avevano per chiedere perdono e acquietare gli spiriti sarebbe stato proprio, da quel giorno in avanti, quello di comportarsi come lupi.
 Così nacquero gli Hirpi Sorani e lo stesso popolo passò alla storia come “irpini”.

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LUCE E OSCURITA'.

Seguendo i nomi, abbiamo trovato iscrizioni con il nome del dio della montagna: una vicino a Civita Castellana (Falerii) e l’altra sul picco, dove il dio è chiamato Apollo Sorano. Hirpi è infatti la parola faliscia per “lupo”, mentre Soranus è il nome del dio venerato nell’area.
 I sacerdoti del primitivo culto erano quindi noti come “I lupi di Sorano”, Dio italico venerato da Sabini, Falischi, Capenati, Latini ed Etruschi, poi sincretizzato dai Romani con Apollo, come Soranus Apollo, dio solare che nasconde un aspetto anche ctonio e plutoniano. Se alcuni infatti traducono il termine Sorano come “Splendente” e “Luce Solare”, altri fanno risalire l’etimologia all’etrusco Sur, il “Sole Nero”, dio degli inferi, e rimanderebbe alla porta per il Regno dell’Aldilà. Servius identifica Sorano con Dis, il dio romano dell’aldilà e della morte.
 In tempi recenti, il nome è stato connesso con Suri, il dio Etrusco della purificazione e delle profezie. Ma la giusta traduzione di Soratte ancora è un mistero.
Tutta l’area ha un’atmosfera suggestiva e riecheggia di eventi misteriosi. Antichissima Montagna Sacra, tutt’ora la vegetazione del Soratte è diversa da quella circostante, quasi fosse un’isola misteriosa. Inoltre è piena di “meri”, profonde spaccature di origine carsica che si aprono in mezzo al bosco, i quali dovevano apparire come vere e proprie porte per gli Inferi.

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MONTE SORATTE: LE ORIGINI DI LUPERCALIA.

Secondo diversi storici fu questo culto, di evidente origine sciamanica, a originare i Lupercali Romani. Lupercalia fu l’ultima festività pagana a essere abolita dopo la cristianizzazione, un rituale importantissimo di fertilità e iniziazione per i giovani uomini nobili, che si teneva il 15 febbraio.
 La festa ha diversi punti in comune con il rito del monte Soratte: il nome, che significa “lupo”, l’uscita e il ritorno dei lupi magici da una grotta che rappresenta l’Aldilà. Entrambi i miti, inoltre, hanno origine dal furto delle offerte sacrificali.
 Nei culti ctoni, le grotte rappresentano il passaggio dal mondo dei vivi al mondo sovrannaturale e denso di poteri dell’aldilà. I sacerdoti entravano nel mondo sovrannaturale tramite caverne o attraverso il fuoco, come il mito del Soratte.
La leggenda degli Hirpi Sorani nasconde probabilmente un’origine animista: i Lupi erano considerati animali sacri e qualunque maltrattamento a questi costituiva un tabù nella religione arcaica dei Falisci. Erano esseri sovrannaturali dai grandi poteri, nonché messaggeri delle divinità. Come Aita, il dio infernale etrusco, che portava come copricapo una testa di lupo e usciva da un pozzo fumante. La stessa parola “lupu” in etrusco significa “morte”. L’immagine teriantropica dell’uomo-lupo è un motivo ricorrente nell’arte etrusca, e sembra rappresentare una caratteristica italica propria.

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DAGLI UOMINI LUPO AI LICANTROPI.

È possibile che la leggenda degli Hirpi Sorani, insieme al versipellis di Petronio e agli altri antichissimi dèi-lupi italici, abbia alimentato la leggenda dei licantropi. I lupi mannari vengono ritratti nelle storie proprio come narra la leggenda: uomini che, in seguito a una maledizione, sono costretti da poteri oscuri a diventare lupi essi stessi.

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Altra dea tutelare dei sacerdoti-lupi era Feronia, anche detta Ferocia, antichissima dea italica dei boschi e della guarigione, che aveva un luogo di culto nei pressi del monte.
 Il fanum Feroniae è ormai andato perduto, ma una Fonte dai leggendari poteri terapeutici che era parte del complesso permane tutt’ora. Dea dai molteplici aspetti è posta a tutela di quella natura selvaggia di cui protegge i boschi, gli animali selvaggi (le “fiere”), le messi, i malati e, come Diana, gli schiavi liberati. Una divinità della vita e della natura, intese nella loro accezione più selvaggia.

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giovedì, gennaio 26, 2017

GIOVANNI CASTIGLIA AL MUSEO GUTTUSO

L’esperienza interiore di un pittore visionario
da Piero Montana

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Nell'immagine " Crudo Scarlatto", di G. Castiglia
Olio e smalto su tela, 2007

L’esposizione al secondo piano del Museo Guttuso di quattro opere di Giovanni Castiglia ci offre l’occasione per parlare della pittura di questo straordinario artista di Casteldaccia, che merita tra tanti un’attenzione particolare. Le opere in esposizione sono Domini Corpus, grafite su carta del 2011, Prua, olio su tela del 1992, Crudo Scarlatto, olio e smalto su tela del 2007, ed infine Nel tumulto, olio e grafite su legno del 2011. Le quattro opere sono bellissime ed assai significative perché rimandano alle carte, alle tele, ai legni ossia ai supporti sui quali da sempre l’artista ha dipinto, esprimendo pittoricamente in essi una sensibilità artistica fuori del comune. Questa sensibilità denota un amore esclusivo, maniacale per la buona pittura, che lo isola da altri interessi mondani. Ecco perché nei dipinti di Castiglia è da “leggere” una nuda e cruda confessione esistenziale. Quel che nell’opera di Castiglia è in gioco è il corpo mistico della pittura che è al contempo anche il corpo messo a nudo dell'artista. Da questa confusione tra corpo e materia pittorica nasce un contatto tra la ricerca artistica e quella alchemica dove il fuoco, uno degli elementi più sottili, è predominante. Sotto il segno del fuoco queste opere mettono il dito sulla piaga: la spiritualità dell'artista che confessa di vivere solo con la pittura, di non avere altro mestiere.
Castiglia come Antonin Artaud scarica la sua sofferenza, le sue tempeste interiori in pitture che sono icone di una sconfinata solitudine e di un dolore cieco, nudo, abbagliante.
Un dolore muto, non gridato. Un dolore che non sconfina mai dal quadro ma è in esso richiuso come in una prigione. Da questa prigione si eleva il canto di Castiglia che è quello dei prigionieri, dei carcerati di questo spazio chiuso, angusto che è il nostro mondo. È il dolore acuto dei dannati della terra che nelle opere di Castiglia si trasforma in canto: un inno all'assoluto, un inno all'assolutamente e radicalmente Altro dal mondo, un inno all' infinito inafferrabile il cui respiro tuttavia palpita, aleggia su tele, carte e legni impregnati di una materia pittorica sanguinante, che per certi versi richiama anche l’opera dell’amico Herman Nitsch.
Il sangue mistico che cola dalle pitture di Castiglia si trasforma per transustanziazione nel corpo lancinante di Cristo. L'avventura mistica del nostro pittore è la ricerca appartata, solitaria, monacale e del tutto personale del Santo Graal. Una ricerca nella materia attraverso il colore, le terre per estrarre da esse l'oro filosofale, la luce nella sua esplosione abbagliante. ( continua)

lunedì, gennaio 23, 2017

OmoGirando (non solo) Ghetto domenica 29 gennaio 2017

La mattina di domenica 29 gennaio, in concomitanza con la vicina Giornata della Memoria, a Roma vi proponiamo nuovamente la visita guidata gay friendly OmoGirando (non solo) ghetto!

Viene proposto un itinerario alla scoperta della storia bi-millenaria della comunità ebraica di Roma, non solo limitata all'ex-Ghetto! Il tutto accompagnato da curiosità storiche, archeologiche, e folkloristiche. Perché Roma, in fondo, è un gran guazzabuglio!




Info e prenotazioni
https://omogirando.jimdo.com/le-prossime-uscite/

Vi aspetto!

Vincenzo