ARTE E CREATIVITA'

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martedì, maggio 28, 2024

Festival Città Foresta - Le Cosmicomiche - 2024

 

ESTATE ROMANA
Festival Città Foresta - Le Cosmicomiche


17 giugno - 27 settembre 2024
Corviale, Labaro, Trullo, Laurentino 
e Tufello

 

Museo delle arti

 



17 giugno - 27 settembre 2024
Corviale, Labaro, Trullo, Laurentino 
e Tufello

I laboratori sono gratuiti con prenotazione obbligatoria
 
Cari amici e amiche,
siamo felici di annunciare il ritorno del Festival Città Foresta, giunto alla sua terza edizione! Dal 17 giugno al 27 settembreRoma sarà il palcoscenico di questa straordinaria iniziativa, ideata da Benedetta Carpi De Resmini e curata da Latitudo Art Projects.

Per 16 giornate, cinque quartieri romani – CorvialeLabaroTrulloLaurentino e Tufello – si animeranno con laboratori artistici itineranti di arte partecipata. Questo festival unico mira a creare una nuova narrazione ambientale e a sensibilizzare sull'importanza delle aree verdi nelle nostre comunità urbane. Città Foresta - Le Cosmicomiche trasformerà la città in uno spazio di connessione tra umanità e natura, offrendo un'esperienza coinvolgente e gratuita per tutti.

Durante il festival saranno con noi gli artisti:

  • Filippo Riniolo con Riciclo Comico | Laboratorio di riciclo
  • Jacopo Natoli e Danilo Innocenti con Giro Comico | Laboratorio di disegno collettivo
  • John Cascone con Suoni Comici | Laboratorio sonoro
  • Gaia Scaramella con Bellimbusta Comici | Laboratorio di marionette
  • Isabella Mancioli e Luis Do Rosario con Foto Comiche | Laboratorio di fotografia
  • URKA con Poster Comici | Laboratorio di Poster Art
e le associazioni:
  • VIVIAMOLAq con Luoghi Comici | Laboratori di immaginazione urbana
  • Pontedincontro con Radio Comica | Laboratorio radiofonico.

 


I primi incontri si terranno dal 17 al 19 giugno dalle ore 16:30 alle 19:30 nel quartiere Corviale.

L'evento finale si terrà venerdì 27 settembre alla Biblioteca Laurentina dalle ore 18:00 alle ore 21:00.

Il progetto è vincitore dell'Avviso Pubblico biennale "Estate Romana 2023-2024" di Roma Capitale

 


lunedì, aprile 17, 2023

IL GIARDINO DELLA SPECULAZIONE COSMICA

 Un giardino per passeggiare nella  matematica



Apre una sola volta all’anno questo giardino privato, unico nel suo genere, dove piante, fiori e laghi sono stati pensati come incontro di forme geometriche. 
L’ispirazione viene direttamente dal Big Bang, dalle geometrie non euclidee, dai buchi neri, dai frattali e dalle formule scientifiche.
"Garden of Cosmic Speculation" si trova a Dumfries in Scozia, è stato creato nel 1989 dall’architetto paesaggista Charles Jencks, deceduto nel 2019, e da sua moglie Maggie Keswick, designer scomparsa nel 1995.
Come gran parte del lavoro di Jencks, il giardino si ispira alla cosmologia moderna. Alcuni sentieri sono calcolati come nella successione dei numeri di Fibonacci, (quella in cui ciascun numero intero è la somma dei due precedenti, eccetto i primi due che sono, per definizione uguali a 1).
Il giorno di apertura del giardino è fissato nella prima settimana di maggio, e accoglie fino a 1500 persone che hanno acquistato i biglietti attraverso il programma Scotland's Gardens, un ente di beneficenza per la cura del cancro intitolato alla moglie di Charles Jencks.


giovedì, ottobre 04, 2018

ORCHIDEE

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Un'antica leggenda dell'Epiro racconta di un fanciullo bellissimo che si chiamava Orchide al quale erano spuntati due seni femminili. 
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Orchide mano mano che cresceva pur essendo un maschio, assumeva le sembianze femminili diventando sinuoso e delicato. Per questo motivo era evitato sia dalle femmine che dai maschi trovandolo molto diverso da loro. 

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La sua ambiguità fisica si ripercuoteva anche nel suo carattere alle volte timido e schivo e altre volte aggressivo e lussurioso. Un giorno disperato si gettò da una rupe e morì. 

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Improvvisamente nel luogo della sua morte iniziarono a spuntare tantissimi fiori, tutti diversi tra loro ma allo stesso tempo simili nella loro grande sensualità.
Questi fiori furono chiamati orchidee dallo sventurato Orchide. 

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Per questo motivo gli efébi ateniesi (un efébo era giovinetto che si affacciava alla maturità ma non ancora uomo) vestiti di bianco cantavano le lodi agli dei con in testa una corona di orchidee.

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L'orchidea è anche stata da sempre considerata una pianta capace di allontanare le influenze nefaste e in particolare la sterilità tanto è vero che nel Medioevo si usava per fare filtri d'amore.

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I greci chiamavano l'orchidea kosmosandalon «sandalo del mondo» per via di alcune specie che hanno il labello rigonfio che rassomiglia a una scarpa.
In ogni caso l'orchidea ha ispirato anche il simbolo dell'armonia e della perfezione spirituale come il corpo di Orchide che al di là dell'essere uomo o donna era comunque bellissimo in quanto l'armonia e la bellezza vanno al di là di ciò che la vista può suggerire.

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martedì, aprile 24, 2018

“Le meraviglie della natura” di Sergio Mammina, dal 5 maggio a Bagheria.

Per il settantesimo compleanno di Sergio Mammina, Piero Montana inaugurerà, sabato 5 maggio alle ore 18:30, nei locali del suo Centro d’arte e cultura in via Mattarella N° 64 a Bagheria (PA), la mostra del maestro monrealese “Le meraviglie della natura”, inchiostri ed acrilici su carta.

Mammina da tanti anni ormai acuto osservatore della fredda e quotidiana violenza operata dal progresso tecnologico sulla natura vergine del nostro pianeta, con molto mestiere e perizia grafica, raffigura nelle sue carte, la superstite sopravvivenza di un onirico mondo entomologo e zoologico. Il tutto è come filtrato dall’occhio di uno stupratore che dal luogo stesso della violenza, in cui consuma il crimine, vuol cancellare la sua presenza.

L’uomo, il grande assente nelle opere di Mammina, è infatti l’unico responsabile ed artefice della odierna sopraffazione tecnologica.  In questa assenza delittuosa insetti e volatili, raffigurati con minuziosa precisione, stanno là a testimoniare un senso di straniamento che è anche un espediente artistico per distogliere lo spettatore dalla finzione figurativa e portarlo invece ad una riflessione sulle reali ed inquietanti conseguenze oggi della sua convivenza con l’imperante tecnologia.
 “Le meraviglie della natura”, coleotteri, formiche, ramarri, farfalle, civette giocano sul piano artistico a rompere l’equilibrio, la fredda armonia metallica dell’industriale progresso scientifico e tecnologico, senza però uscir fuori dal piano prettamente figurale in cui esse sono rappresentate.


All’inaugurazione della mostra la professoressa Rosanna Balistreri disserterà su alcuni aspetti, a dir poco sorprendenti, dell’arte di Sergio Mammina e delle valenze di questa in un odierno contesto antropologico, mentre il Presidente dell’Unitré di Bagheria, Antonella Miloro Nasca, interverrà sull’omaggio del Centro d’arte Montana all’artista monrealese. 

Nel finissage della mostra, che da giorno 8 fino al 31 maggio sarà aperta tutti i giorni (escluso la domenica) dalle ore 18 alle 20, è prevista una pubblicazione, con scritti della professoressa Balistreri e dello stesso Montana, dedicata all’artista espositore.



Il sindaco di Bagheria Patrizio Cinque e l’assessore alla cultura Romina Aiello assicurano la loro presenza all’evento artistico-culturale.


La mostra a Sergio Mammina per il suo settantesimo compleanno vuol essere un omaggio ad un artista, che da tanti, troppi anni vive appartato, assai lontano dalle mode artistiche del tempo, preso solo dal suo certosino lavoro. Un lavoro di abilità tecnica e precisione figurativa che gli avanguardisti di oggi, passato già l’entusiasmo “per il ritorno al mestiere”, “per i tempi lunghi della pittura”, espresso dalla Transavanguardia di Achille Bonito Oliva, dall’Anacronismo di Maurizio Calvesi, dai Nuovi-Nuovi di Renato Barilli, considerano già vecchio e superato.
E’ perciò interessante incominciare a riconoscere come in campo grafico e pittorico Sergio Mammina sia in effetti un precursore dell’ Arte Post Human , giacché nelle sue opere che ritraggono in un modo nuovo, sia pure,  solo o per lo più  l’universo entomologo, l’artificiale e il biologico sono separati da un confine sempre più sottile, fino a confondersi in una totale perdita di identità in cui è sempre più difficile distinguere l'organico dall’ inorganico, come ad esempio nella sua opera  Il camaleonte. Primo interprete in assoluto della devianza dal naturale, dell'integrazione fra biologico e artificiale, l’artista monrealese si esprime a livello visivo con un linguaggio proprio, senza alcun debito a nessuno. Un linguaggio che più che surrealista, potremmo definire fantascientifico.

Centro d’arte e cultura “Piero Montana”

giovedì, marzo 16, 2017

Miti e leggende sul Monte Soratte

IL MONTE SORATTE

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Il Monte Soratte (a nord di Roma) è luogo di leggende arcane e miti immortali. La cima impervia del monte si stagliava come una zanna di lupo sul gregge ignaro, al pascolo nelle docili collinette della Valle del Tevere. È qui che gli Hirpi Sorani, i misteriosi sacerdoti pagani, celebravano i loro riti ancestrali in onore del Dio Lupo.
Secondo i rari resoconti storici, i mistici del culto di Soranus erano in grado di camminare a piedi scalzi sulle braci ardenti, per tre volte, senza provare dolore né scottarsi. Portavano in questo modo le carni delle offerte sacrificali fino all’altare del dio, in un complesso rituale che compivano una volta l’anno, si dice, in concomitanza con il Solstizio d’Estate.
 Tracce dell’antico tempio si possono osservare nella cripta della Chiesa di San Silvestro.
 Sembra che i cultisti si vestissero di pelli di lupo e fossero in grado di “diventare lupi” essi stessi, come narra la leggenda. È in questo luogo che abbiamo scoperto la loro storia.


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IL MITO DEI SACERDOTI LUPO.

Narra la leggenda che ai tempi del Primo Sacrificio, in cima al monte Soratte un branco di lupi giganteschi arrivò all’improvviso e rubò le carni delle vittime sacrificali, fuggendo poi via per la foresta impervia. Un gruppo di uomini ne seguì le tracce fino a una grotta che emanava vapori infernali. Le esalazioni tossiche uccisero quasi tutti gli umani, proteggendo invece le belve senza arrecargli danno. I pochi che sopravvissero tornarono nel villaggio, dove in breve comparve un morbo misterioso che decimò la popolazione. Quando venne interpellato l’Oracolo, esso rivelò che i Lupi erano protetti da Dis Pater (Plutone), il Dio dell’Aldilà, e che seguirli fino alla Caverna proibita aveva causato la maledizione della pestilenza. L’unico modo che gli uomini, colpevoli dell’atto sacrilego, avevano per chiedere perdono e acquietare gli spiriti sarebbe stato proprio, da quel giorno in avanti, quello di comportarsi come lupi.
 Così nacquero gli Hirpi Sorani e lo stesso popolo passò alla storia come “irpini”.

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LUCE E OSCURITA'.

Seguendo i nomi, abbiamo trovato iscrizioni con il nome del dio della montagna: una vicino a Civita Castellana (Falerii) e l’altra sul picco, dove il dio è chiamato Apollo Sorano. Hirpi è infatti la parola faliscia per “lupo”, mentre Soranus è il nome del dio venerato nell’area.
 I sacerdoti del primitivo culto erano quindi noti come “I lupi di Sorano”, Dio italico venerato da Sabini, Falischi, Capenati, Latini ed Etruschi, poi sincretizzato dai Romani con Apollo, come Soranus Apollo, dio solare che nasconde un aspetto anche ctonio e plutoniano. Se alcuni infatti traducono il termine Sorano come “Splendente” e “Luce Solare”, altri fanno risalire l’etimologia all’etrusco Sur, il “Sole Nero”, dio degli inferi, e rimanderebbe alla porta per il Regno dell’Aldilà. Servius identifica Sorano con Dis, il dio romano dell’aldilà e della morte.
 In tempi recenti, il nome è stato connesso con Suri, il dio Etrusco della purificazione e delle profezie. Ma la giusta traduzione di Soratte ancora è un mistero.
Tutta l’area ha un’atmosfera suggestiva e riecheggia di eventi misteriosi. Antichissima Montagna Sacra, tutt’ora la vegetazione del Soratte è diversa da quella circostante, quasi fosse un’isola misteriosa. Inoltre è piena di “meri”, profonde spaccature di origine carsica che si aprono in mezzo al bosco, i quali dovevano apparire come vere e proprie porte per gli Inferi.

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MONTE SORATTE: LE ORIGINI DI LUPERCALIA.

Secondo diversi storici fu questo culto, di evidente origine sciamanica, a originare i Lupercali Romani. Lupercalia fu l’ultima festività pagana a essere abolita dopo la cristianizzazione, un rituale importantissimo di fertilità e iniziazione per i giovani uomini nobili, che si teneva il 15 febbraio.
 La festa ha diversi punti in comune con il rito del monte Soratte: il nome, che significa “lupo”, l’uscita e il ritorno dei lupi magici da una grotta che rappresenta l’Aldilà. Entrambi i miti, inoltre, hanno origine dal furto delle offerte sacrificali.
 Nei culti ctoni, le grotte rappresentano il passaggio dal mondo dei vivi al mondo sovrannaturale e denso di poteri dell’aldilà. I sacerdoti entravano nel mondo sovrannaturale tramite caverne o attraverso il fuoco, come il mito del Soratte.
La leggenda degli Hirpi Sorani nasconde probabilmente un’origine animista: i Lupi erano considerati animali sacri e qualunque maltrattamento a questi costituiva un tabù nella religione arcaica dei Falisci. Erano esseri sovrannaturali dai grandi poteri, nonché messaggeri delle divinità. Come Aita, il dio infernale etrusco, che portava come copricapo una testa di lupo e usciva da un pozzo fumante. La stessa parola “lupu” in etrusco significa “morte”. L’immagine teriantropica dell’uomo-lupo è un motivo ricorrente nell’arte etrusca, e sembra rappresentare una caratteristica italica propria.

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DAGLI UOMINI LUPO AI LICANTROPI.

È possibile che la leggenda degli Hirpi Sorani, insieme al versipellis di Petronio e agli altri antichissimi dèi-lupi italici, abbia alimentato la leggenda dei licantropi. I lupi mannari vengono ritratti nelle storie proprio come narra la leggenda: uomini che, in seguito a una maledizione, sono costretti da poteri oscuri a diventare lupi essi stessi.

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Altra dea tutelare dei sacerdoti-lupi era Feronia, anche detta Ferocia, antichissima dea italica dei boschi e della guarigione, che aveva un luogo di culto nei pressi del monte.
 Il fanum Feroniae è ormai andato perduto, ma una Fonte dai leggendari poteri terapeutici che era parte del complesso permane tutt’ora. Dea dai molteplici aspetti è posta a tutela di quella natura selvaggia di cui protegge i boschi, gli animali selvaggi (le “fiere”), le messi, i malati e, come Diana, gli schiavi liberati. Una divinità della vita e della natura, intese nella loro accezione più selvaggia.

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martedì, dicembre 23, 2014

Sospeso il "Rito della luce" a Catania. Perché?

Pompieri spengono le candele di Presti
da lasiciliaweb.it


La preside dell'istituto Vespucci diffidata dai vigili del fuoco, artisti costretti a smontare le installazioni. Il presidente di Fiumara d'Arte: "La burocrazia spesso blocca lo slancio dell'arte e dello spirito"

CATANIA - "La luce non si spegne, quando c'è bellezza, amore, gioia, non c'è oscurità, tenebra, buio che possa adombrare gli animi. La luce non si spegne neanche quando la fiamma trema, per quel soffio che tenta di soffocare - anche solo per un attimo - il respiro della devozione".

Le parole di Antonio Presti, presidente di Fiumara d'Arte, rimbombano tra i corridoi e le aule dell'istituto comprensivo Vespucci, "svuotati dalla burocrazia, che spesso blocca lo slancio dell'arte e dello spirito".

Sospeso questa sera il Rito della Luce 2014, a seguito di una diffida alla preside da parte dei vigili del fuoco: "Rispetto le istituzioni e le scelte, seppur discutibili, di chi ha impedito tutto questo - continua Presti - ma sono perplesso e mi sorprendo per il fatto che il veto sia arrivato la seconda sera del Rito, dopo ben tre edizioni".

"Un Rito che è stato definito pericoloso per l'incolumità civile, dopo il consenso di tutta la città, che si è stretta intorno a quest'iniziativa con tanta generosità. 
Quando vuoi proteggere la bellezza spesso c'è resistenza per il valore di differenza. 
Tutto questo certamente mi ha ferito, così come ha ferito gli artisti e tutti i bambini coinvolti: perché bloccare una manifestazione catartica, che in questo momento può far riscoprire l'universalità dei valori, è come mortificare un'anima pronta a rigenerarsi".

"Tutto ciò ovviamente non fa altro che confermare il mio impegno per la città, per i cittadini, per le scuole, le associazioni, i bambini e gli artisti che hanno trovato nel Rito il loro percorso di nutrimento dello spirito. Il rito rinascerà presto in altro luogo di bellezza. La luce non si spegne, non c'è rabbia che la possa oscurare".

giovedì, ottobre 23, 2014

La via Cassia antica. Il basolato romano è originale.

Montefiascone - La via Cassia AnticaMontefiascone - La via Cassia AnticaMontefiascone - La via Cassia AnticaMontefiascone - La via Cassia AnticaMontefiascone - La via Cassia Antica
Montefiascone - La via Cassia Antica
Montefiascone - La via Cassia Antica


Anche tu fotoreporter
L’iniziativa ”Anche tu fotoreporter” coinvolge i lettori di Tusciaweb.
 Basta azionare il telefonino, fotografare e scrivere due righe con nome e cognome inviandole alla redazione, specificando se si vuole essere citati nell’articolo e/o come autori delle foto, e far riferimento all’iniziativa “Anche tu fotoreporter”. In ogni caso va inserito un proprio contatto telefonico (preferibilmente cellulare) che, ovviamente, non sarà reso pubblico.
Per inviare foto e segnalazioni  redazione@tusciaweb.it.
In alternativa si può usare WhatsApp al numero 338/7796471 senza nessun costo.

mercoledì, aprile 30, 2014

Dedicato ai nemici delle aree pedonali..

...specie nei centri storici del viterbese ma non solo, che sono troppo spesso commercianti o meglio bottegai di scarsa cultura civica, questo pezzo appassionato di Tusciaweb che condivido volentieri.
AMg

Le città d’arte e cultura esistono, basta andare in Toscana…
di Francesco Mattioli

Viterbo - Un centro storico. Un artistico cestino per i rifiuti ogni cinquanta metri; molti angoli di verde – colori di fiori, essenze, pietre – sapientemente curati da aziende private, che li progettano e ne fanno manutenzione in cambio di una targhetta pubblicitaria; i negozianti arredano elegantemente gli spazi davanti alle loro vetrine; dovunque, sedute in legno laccato, colori diversi per le diverse vie, ombreggiate da piante fiorite, qualcuna persino con i cuscini; locali che aprono generosamente i loro tavoli lungo le vie e le piazzette. Non c’è un’automobile, e neppure un motorino: l’isola pedonale è molto estesa, si va a piedi, in bici, qualche ragazzo in skate.

Anche nei giorni festivi, che sono giorni dedicati agli ospiti turisti, gli operatori ecologici si preoccupano di tenere pulite le strade: per terra, neppure un pezzettino di carta, neppure una cicca, ovviamente neppure un bottiglietta abbandonata, o un bicchiere di carta. Anche i residenti fanno a gara per tenere pulito davanti al loro portone: un portone tirato a lucido, spesso affiancato da vasi di fiori e in qualche caso da opere d’arte in pietra, legno, ferro, e se alzi lo sguardo vedi balconi fioriti, finestre ricamate da tende vezzose.

Se pure ci fosse qualche malintenzionato e maleducato, c’è un vigile urbano in ogni angolo del centro storico, fino a notte inoltrata: ché lì c’è vita almeno fino mezzanotte e ne vale la pena. L’ufficio informazioni è strategicamente posto nel cuore del flusso dei turisti e dei visitatori, che pagano volentieri due euro l’ora nei parcheggi circostanti fino alle tre di notte, visto quanto di buono li aspetta in centro.

E non basta: esercenti, negozianti e commessi gentili, disponibili, competenti, talvolta quasi complici con te delle tue scoperte e delle tue meraviglie. Una volta alla settimana nella piazza più grande c’é il mercato; di livello, ci confluiscono acquirenti di mezza regione: niente stracci e cianfrusaglie, roba di qualità.

Non basta ancora: il centro non è tanto antico, ma le costruzioni sono restaurate, impeccabili, fascinose negli accostamenti di colore delle facciate, delle finestre, dei balconi: ora tono su tono, ora con curiose contraddizioni cromatiche; di certo fili elettrici, tubi, scatole sono dissimulati, finché possibile nascosti, convogliati nelle ombre e nei sottotraccia.

Perfino i segnali stradali sembrano discreti ed eleganti nel loro servizio: mai un cartello al centro di una piazza, mai un cartello scrostato o piegato, mai un cartello divelto. E non c’è ombra di writers: o che lì siano più civili persino i giovani creativi, che si sfogano in appositi spazi allestiti nell’immediata periferia, o che il controllo dei cittadini sia attento e diuturno o piuttosto che le numerose telecamere, strategicamente e discretamente posizionate, sappiano scovare i possibili rei, o infine coloro che fossero pescati a rovinare l’ambiente siano sollecitamente puniti, o forse tutte queste cose insieme.

Talvolta musicanti professionisti improvvisano un concerto in uno spazio appositamente dedicato, preoccupandosi solo di esprimersi, di fare arte.

Gli ingredienti comuni sembrano la civiltà, l’educazione, la dignità personale, la creatività e la cultura, l’orgoglio e il senso civico coniugati con il senso del bello e con un profondo senso dell’ospitalità; lì sono tutti consapevoli che il residente ha il diritto di godere di un alta qualità della vita, e che il turista, il visitatore, italiano o straniero, non solo merita rispetto, ma soprattutto contribuisce con la sua presenza al sostegno dell’economia locale, non è un pollo da spennare o una inevitabile sciagura, ma una risorsa a cui offrire il meglio, per farlo tornare e per fare con lui bella figura di fronte al mondo.

Dove sta questo posto? Lontano dall’Italia, in qualche angolo della Svezia o del Giappone? Non, no: non è neppure tanto lontano da Viterbo, si trova in Toscana, e ce ne sono altri sparsi per lo più nel centro nord, in Umbria, nelle Marche, in Veneto, in Trentino. Luoghi spesso di fama internazionale; guadagnata faticando, comunicando a dovere, e ora consolidata. Decine di alberghi lì intorno, attività artigianali, enogastronomia di livello, apertura mentale degli amministratori, degli imprenditori, delle parti sociali; e quindi, elevata occupazione, specie giovanile.

Mi chiedo: e noi, possiamo?

Francesco Mattioli

venerdì, aprile 18, 2014

Incredibile manufatto ( etrusco?) nel bosco di CHIA

La mitica piramide degli etruschi

cliccare sulla foto per la presentazione di Tusciaweb

Un luogo veramente affascinante e magico.

Chia - La prima nebbia del mattina avvolge il bosco. Il verde brillante del muschio sulle pietre porta dritto in Cornovaglia. Dove umido, vento, nebbia e scogliera sono presagi di mistero e magia (fotocronaca).

La scena potrebbe essere interrotta solo da un cartello: benvenuti a Bomarzo e Chia.

E’ qui che, nascosto alla vista dell’uomo, continua sopravvivere un luogo incantato. Sconosciuto ai più e surreale.

Mulini, case rupestri, antichi camminatoi e ponti costruiti migliaia di anni fa bloccano il tempo e rimandano a immagini che parlano di gnomi, folletti e fate.

E’ quel verde smeraldo che la fa da padrone. Colorando massi, tagliate e dando vita a giochi di fiabe.

Camminando per il sito archeologico di Santa Cecilia sembra anche che i rumori scompaiano, anch’essi assorti nel mistero di un luogo che pare sacro.

Sacro a tal punto che 50 anni fa il registra e poeta Pierpaolo Pasolini scelse proprio questa location per girare alcune scene del “Vangelo secondo Matteo”.

Pasolini che amava vivere tra Bomarzo e Chia di certo non si sarà perso lo spettacolo delle piccole cascate di fosso Castello che gorgoglia tra la natura. E avrà ammirato la piramide etrusca, meraviglia di antica ingegneria. Luogo di sacrifici e riti sacri, si racconta. Una struttura che appare nel profondo del bosco, improvvisa e maestosa come un piramide Inca.

Una costruzione che sembra magica tanto è fitto il suo mistero, a guardarla rimanda, appunto, alle popolazioni precolombiane che costruivano altari per loro divinità. Oggi la piramide etrusca è riemersa dalla vegetazione dove per anni è stata sepolta.

Un luogo fantastico che ora sarà svelato e ammirato.

L’occasione unica per vedere queste meraviglie è data dalla passeggiata di domenica 27 aprile  sulle tracce di Pasolini, guidata da Silvio Cappelli e Antonello Ricci.

Sulle tracce di Pasolini alla riscoperta della piramide etrusca

In cammino sulle vie del battesimo di Gesù secondo Pasolini

Domenica 27 aprile è in programma una giornata di trekking culturale in cammino sulla scena del Battesimo di Gesù, girata cinquant'anni fa lungo il fosso Castello di Chia, durante la lavorazione del film “Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini uscito nelle sale cinematografiche nel 1964.

Appuntamento alle 8,30 all’ingresso di Bomarzo
La passeggiata si svilupperà all’interno del bosco circostante e sarà lunga circa sette chilometri.

Ad accompagnare il gruppo, con delle sorprese culturali, il cantastorie Antonello Ricci, Pietro Benedetti, Paolo Zuccarino e Silvio Cappelli. 
Un’occasione ghiotta per visitare anche la famosa e misteriosa “piramide etrusca”, gli antichi camminamenti, le pestarole, le case rupestri, il notevole sito archeologico di Santa Cecilia, gli antichi mulini e “il posto più bello del mondo” dove il regista poeta Pasolini ha ricostruito il fiume Giordano per girare una scena del suo film.

Proprio nei pressi di Chia, infatti, mentre si girano alcune sequenze del Vangelo secondo Matteo, Pasolini s’innamora della torre medioevale che poi diventerà la sua abitazione. È la primavera del 1964. Due anni dopo scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella torre che non riesce a comprare, “nel paesaggio più bello del  mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri”.

Manifestazione organizzata in collaborazione con i “Cavalieri del Soccorso – Città di Viterbo”.

Info Silvio 3382129568.

L’evento su facebook


mercoledì, aprile 02, 2014

Una fantastica e misteriosa villa – fortezza del Cinquecento di Antonello Ricci

Viterbo - Riportato alla luce e alla fruibilità uno dei tesori dimenticati della città - Il complesso è appartenuto a Madonna Cornelia Nini

di Antonello Ricci
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia Nini
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia - Il fauno
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il fauno
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia - Il leone
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il leone
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia -  Il dio delle acque
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il dio delle acque
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia - Il leone
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il leone
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia -  Il dio delle acque
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il dio delle acque
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia - Il leone
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – Il leone
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia e la fortezza
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia e la fortezza
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia e la fortezza
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia e la fortezza
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia - La fortezza e le statue di Ercole e del fauno
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – La statua di Ercole
Viterbo - Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia
Viterbo – Riscoperta la misteriosa villa di Madonna Cornelia – La fortezza e le statue di Ercole e del fauno
Viterbo – Una villa – fortezza nata nel medioevo e trasformata in un piccolo parco dei mostri, stile Bomarzo, nel Cinquecento da madonna Cornelia Nini. A pochi passi dalle mura civiche di Viterbo, nascosto in una coltre di vegetazione, è stato, dopo decenni, riscoperto e riportato alla luce un vero gioiello architettonico – monumentale. E’ questo l’ennesimo regalo fatto da Antonello Ricci, insieme all’editore Davide Ghaleb,  alla città (fotocronaca -slideshow - video). Una villa – fortezza per molti versi misteriosa e ammaliante, tutta da scoprire e che domenica mattina potrà essere visitata grazie una delle deliziose e imperdibili passeggiate guidate da Antonello Ricci. E grazie anche all’intelligenza e cortesia dei proprietari. Una villa – fortezza sconosciuta ai più.L’appuntamento è per domenica 6 aprile alle 10 in strada Cassia Sud ai piedi dell’ufficio postale all’imbocco di via Ferroni a Viterbo. Ad Antonello abbiamo chiesto di illustrare questo incredibile gioiello.
- “Colmo della fortuna sarebbe”,  scriveva da qualche parte Stevenson. Sì proprio lui, quello dell’Isola del tesoro – colmo della fortuna sarebbe ritrovare un giardino, un tempo oggetto di doviziose cure da parte di un giardiniere, e poi dimenticato. Un po’ come succede a Mary Lennox e a suo cugino Colin, giovani protagonisti di un vecchio e fortunato romanzo della Burnett: Il giardino segreto.In fondo, l’insediamento abbandonato di Ponte dell’Elce in strada Cassia Sud alle porte di Viterbo (XII-XVI secolo), oggi terreno privato, somiglia molto al giardino che Stevenson fantasticava/desiderava intorno alla propria casa ideale.Prima i viterbesi dovettero tirar su una casa-torre fortificata con funzioni di presidio militare sul fosso Roncone: per controllare una croce di strade ancora ben leggibile, nella realtà e sulle carte, prima di venire sfigurata dagli scassi per la ferrovia (il complesso è ancora oggi pittorescamente sovrastato dagli archi del ponte in peperino della tardo-ottocentesca linea Roma San Pietro-Viterbo Porta Romana) e da quelli per l’ammodernamento della vecchia carrozzabile per Vetralla.Poi, nel tardo Cinquecento, fu una donna ad acquisire l’area: Madonna Cornelia Nini, capofamiglia oculata e di buon polso. Per farne un delizioso giardino che svela a colpo d’occhio i suoi immediati (e più nobili) modelli architettonico-scultorei: i giganti di peperino del Sacro Bosco di Vicino Orsini a Bomarzo; le grottesche “bamboccianti” di Papacqua a Soriano; il tripudio di fontane e giochi d’acqua del Cardinal Gambara a Villa Lante di Bagnaia.Infine, il sito fu ridotto a presidio agricolo e tale si mantenne fino al repentino crepuscolo del mondo contadino.Di donna in donna. Va ricordato che il seme dei Nini doveva essere deboluccio assai: pare infatti che i Nini maschi morissero come mosche (così andavano le cose sul principio del secolo XVII). Perciò, ben presto, il patrimonio di famiglia piovve nelle mani di un’altra donna dal piglio straordinario: Olimpia Maidalchini. Della futura Pimpaccia di piazza Navona e principessa dell’improbabile feudo di San Martino, si sarebbe scritto di tutto di più con penne intinte nel veleno. È certo che Olimpia, rimasta vedova di un Nini a Viterbo, fece subito fruttare la sua eredità in dote a Roma.Per “farsi” presto vedova anche lì: ma vedova Pamphilj, cioè cognata di Innocenzo X, nemico giurato dei Farnese e distruttore di Castro. Non sarà un caso se ancora nel tardo Settecento le fonti testimoniano che la tenuta agricola sul piano di Donna Cornelia – ormai passata in titolo ai De Gentili – era ancora gravata da canone annuo a favore del principe di San Martino.Ma torniamo alle figure scolpite nel peperino vivo. Da una parte esse narrano allo spettatore di un tempo altro, un tempo out of mind dalla modernità: risultano infatti armoniosamente inserite in suggestiva domestica convivenza con manufatti precedenti (e successivi) di un’umile ergologia. Una grotta-cantina con tanto di data epigrafata (1881), i vari annessi agricoli arrampicati sullo sperone di roccia, la spettacolare parete a picco di un’antica cava poi trasformata in lega e impegnata come bacino di alimentazione per le fontane monumentali del giardino.D’altra parte, tali sculture paiono portare in scena nient’altro che una passeggiata/racconto d’altri tempi, vera e propria narrazione itinerante per quadri allegorici. Questo illustrano con dovizia di particolari i preziosi studi condotti da Marilisa Biscione sotto la sapiente guida di Giuseppe Romagnoli (già pubblicati in rivista: ma speriamo possano essere presto ripresi e approfonditi così da trovar posto in un libro nuovo di zecca del catalogo Ghaleb).All’ingresso infatti tre figure scolpite nel banco di peperino ai piedi dell’ex fortilizio accolgono il viaggiatore-spettatore che sale al complesso dalla strada vecchia varcando il primo ponte sul Roncone: si tratta di un satiro con maschera indosso, di un gigante con clava, di una fanciulla incatenata. Esse si affiancano come figurine di un antefatto. Biscione conclude che il gigante e la fanciulla rappresentino nient’altro che Ercole e la principessa troiana Esione.Il mito raffigurato sarebbe dunque quello dell’eroe greco che scampa da morte certa la sorella di Priamo, destinata al sacrificio tra le fauci di un mostro marino per placare le ire di Poseidone. A tale scena è dedicato un altro “pezzo” del giardino: un bassorilievo collocato nel piazzale. La mente non può non correre alla memoria del tempio tardo-classico dedicato a Ercole sul colle del Duomo; e alla leggenda medievale che aveva voluto Viterbo città di fondazione erculea e troiana. Ricordiamo l’Ercole fantasticato da Annio e affrescato, in quegli stessi anni, sulle pareti della sala del consiglio a Palazzo dei Priori; o quello dipinto dai fratelli Zuccari nella sala eponima di Palazzo Farnese a Caprarola: dove l’eroe strappa via la clava confitta a terra sul fondo della valle di Vico, facendo sgorgare l’acqua e “fondando” così il lago che tutti conosciamo.Più in basso invece, ci imbattiamo in un leone che fronteggia una divinità fluviale: se la fiera, come sappiamo, è il simbolo secolare della comunità viterbese, non sarà un caso che il dio-fontana – certo consacrato a celebrare l’abbondanza di acque che rende il sito fertile e prosperoso (nel Catasto Pontificio ottocentesco l’area era ancora destinata a seminativo «adacquativo») – non sarà un caso, dicevo, che il dio-fontana sia disadorno di qualunque segno che possa associarlo a qualche fiume in particolare, il Tevere o l’Arno: è certo, Viterbo aveva forza e abbondanza di acque che precipitavano a valle dai Cimini, irrigavano campi e orti, muovevano pale di mulini frantoi conce gualchiere e mole garantendo ricchezza alla comunità locale.È altrettanto certo però che il modesto “fiume” di Viterbo altro non era che un paio di fossi privi addirittura di un vero e proprio nome: i quali – pur con tutta la gratitudine che meritavano – non potevano certo aspirare alla gloria eterna di una statua. Ma allora, scusate: se il leone è emblema araldico della città; se il dio-fontana celebra le generose acque ciminie; a me quella fanciulla in catene ricorda tanto – ma proprio tanto – la bella e infelice Galiana. Col mostro marino al posto della orribile scrofa bianca di Paradosso. Poseidone infuriato al posto dei padri esuli troiani. Perché? Perché così funziona la fantasia dei popoli. E degli artisti.Ma quel satiro. Biscione ci spiega che si tratta di Pan, il dio-capro: dio del suadente flauto e della natura selvaggia; dio dei recessi solitari, delle spelonche ombrose, degli anfratti celati e delle fonti; dio dei loci amoeni e delle poste erotiche. Con la mano sinistra egli sostiene la maschera con cui si copre il viso nella performance; con la destra brandisce una clava-bacchetta a mo’ di maestro di cerimonia: è dunque lui a dirigere il rito-concerto. Ha il busto proteso verso est: una posa assai teatrale la sua, un passo del cammino, un recitare-raccontare-camminare. Beh, signori, quel satiro mi sa che sono proprio io.
Ci vediamo da Madonna Cornelia.
Antonello Ricci 
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“Ci vediamo da Madonna Cornelia”

L’appuntamento è per domenica 6 aprile alle 10 in strada Cassia Sud ai piedi dell’ufficio postale all’imbocco di Via Ferroni a Viterbo.

Davide Ghaleb editore e la Banda del racconto presentano “Ci vediamo da Madonna Cornelia”, passeggiata/racconto nel dimenticato insediamento di Ponte dell’Elce (XII-XVI secolo) di e con Antonello Ricci “pillole” storico-artistiche di Marilisa Biscione e Giuseppe Romagnoli con la partecipazione di Pietro Benedetti.

Divagazioni su e giù per i saggi di Marilisa Biscione

“L’insediamento in località ponte dell’Elce: analisi del complesso architettonico medievale e rinascimentale» e «Contributo allo studio topografico del suburbio di Viterbo tra medioevo e prima età moderna: la valle del fosso Roncone», Studi Vetrallesi 15, pp. 30-36 e 55-56 (Davide Ghaleb editore 2006)

Biglietto: acquisto di un libro a scelta dal ricco catalogo di Dg editore

Evento realizzato in collaborazione con Museo della Città e del Territorio e Paper Moon, agenzia viaggi e T.O.