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martedì, ottobre 12, 2021

Il "campo infuocato"di Roma era sotto Corso Vittorio Emanuele ?

Ringrazio per queste notizie incredibilmente interessanti il mio amico   Francesco Ottaviani

AMg


Oggi vi faccio raccontare dal nostro amico Lanciani, che chiama in causa anche Orazio e il suo Carmen Saeculare, le celebrazioni dei Ludi Saeculares sotto Augusto. Ma non si limita a questo: ci svelerà l'esistenza di un "campo infuocato" a Campo Marzio e ci dirà persino cosa c'è sotto Corso Vittorio Emanuele. Per finire ci parlerà anche delle sanzioni che colpivano gli uomini o le donne che non si sposavano entro una certa età. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -


   
    Pianta e sezione  dell'altare di Dis e Proserpina

"L’origine dei ludi secolari sembra essere questa: agli albori di Roma la parte nord occidentale del Campus Martius, sulle rive del Tevere, si distingueva per le testimonianze di attività vulcanica. Era presente una pozza chiamata Tarentum  o Terentum, alimentata da sorgenti sulfuree calde, il cui valore terapeutico è attestato dalla cura cui si sottopose Voleso, il Sabino, e la sua famiglia, come raccontato da Valerio Massimo. Forti vapori si levavano sopra le sorgenti e lingue di fiamme si sprigionavano da fratture del terreno. 
La località divenne nota con il nome di campo infuocato (campus ignifer), e la tradizione popolare lo mise in relazione con il regno degli inferi.
 Un altare agli dei degli inferi fu eretto sulle rive della pozza, e giochi in onore di Dis e Proserpina venivano indetti periodicamente, con il sacrificio di un toro e di una mucca neri. 
La tradizione attribuiva questa usanza allo stesso Voleso, che, grato per la guarigione dei suoi tre figli, offrì sacrifici a Dis e Proserpina, officiò lectisternia, o processioni di lettighe, per i simulacri degli dei precedute da tavole imbandite, e celebrò giochi per tre notti, una per ogni figlio che era stato rimesso in sesto. In epoca repubblicana furono chiamati Ludi Tarentini, dal nome della pozza, ed erano celebrati con lo scopo di scongiurare la ricorrenza di qualche grave calamità da cui si era stati colpiti. Dal momento che le calamità erano contingenze che nessun uomo poteva prevedere, appare evidente che la celebrazione dei Ludi Tarentini non era connessa ad alcun particolare ciclo temporale, come ad esempio il saeculum. 

Non molto dopo la presa del potere da parte di Augusto, i Quindecemviri sacris faciundis (un collegio di sacerdoti cui era stata assegnata la conduzione di questi giochi da tempo immemorabile) annunciarono che c’era la volontà degli dei di far celebrare i Ludi Saeculares e, male interpretando e distorcendo eventi e date, tentarono di provare che la cerimonia si doveva tenere regolarmente con un intervallo di 110 anni, che si supponeva dovesse essere la lunghezza di un saeculum. I giochi per i quali i Quindecemviri fecero questa asserzione erano i Tarentini, istituiti per uno scopo diverso, ma il loro suggerimento piacque troppo ad Augusto ed al popolo per essere disatteso. Mettendo da parte ogni disputa sulla cronologia e la tradizione, la celebrazione fu fissata per l’anno 17 a.C.

Quale era l’esatta ubicazione delle sorgenti di acqua sulfurea, il Tarentum, e dell’altare degli dei degli inferi? 
Ho ragione di considerare la scoperta dell’altare di Dis e Proserpina come la più soddisfacente che io abbia fatto, specialmente perché la feci, se così posso esprimermi, lontano da Roma per una lunga assenza. Ebbe luogo nell’inverno tra il 1886 ed il 1887, durante la mia visita in America. In quel tempo i lavori di apertura e sbancamento di Corso Vittorio Emanuele avevano raggiunto un luogo che era considerato terra incognita dai topografi, e indicato con una macchia vuota nelle mappe archeologiche della città. Parlo della zona tra la Vallicella (la Chiesa Nuova, il Palazzo Cesarini, etc.) e le rive del Tevere vicino S. Giovanni dei Fiorentini. I rapporti parlano in maniera vaga del ritrovamento di cinque o sei muri paralleli, costruiti in conci di peperino, di gradini in marmo al centro di questo singolare monumento, di porte con stipiti ed architravi in marmo, che immettevano negli spazi tra i sei muri paralleli e, infine, di una colonna istoriata con fogliame. Al mio ritorno a Roma, nella primavera del 1887, ogni traccia del monumento era scomparsa sotto Corso Vittorio Emanuele. Interrogai i capomastri, gli operai; consultai i registri delle imprese; ogni giorno visitavo i cantieri ancora attivi su ogni lato del Corso per la costruzione dei palazzi Cavalletti e Bassi: infine esaminai la “colonna istoriata con fogliame” che, nel frattempo era stata trasferita nel cortile del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Questo frammento di marmo, l’unico sopravvissuto agli scavi, mi ha dato la chiave per risolvere il mistero. Non era una colonna, era un pulvinus, o capitello, di un colossale altare marmoreo, degno di essere paragonato, per dimensioni e valore artistico, all’Ara Pacis scoperta sotto Palazzo Fiano, nonché a quella degli Antonini scoperta sotto Monte Citorio ed ad altre strutture monumentali simili. Non ci fu allora esitazione nel determinare la natura delle scoperte fatte a Corso Vittorio Emanuele: era stato trovato un altare e questo altare doveva essere quello consacrato a Dis e Proserpina, dal momento che nessun altro altare è menzionato nella storia nel versante nord occidentale del Campo Marzio. 
I disegni che illustrano la mia tesi, provano che l’altare si innalzava su una base di 10 metri quadrati, circondata su tutti i lati da tre o quattro gradini marmorei; che la base e l’altare erano circondati da tre setti murari posti ad un intervallo di 10 metri l’uno dall’altro e che sul lato est della piazza scorreva l’euripus, o canale, largo circa tre metri e mezzo, profondo un metro e venti e delimitato da blocchi di pietra, la cui pendenza verso il Tevere era di 1:100. Quest'ultimo dettaglio prova che quando il rozzo altare di Voleso Sabino fu in seguito sostituito da una struttura più nobile, la pozza era stata drenata, e le sorgenti che l’alimentavano canalizzate nell’euripus, cosicché i pazienti intenzionati a curare i propri malanni potevano più agevolmente bagnarsi o bere l’acqua miracolosa. Non si diede comunque particolare risalto alla scoperta nel momento in cui ebbe luogo. Invece di raggiungere il livello antico, gli scavi per il condotto fognario principale di Corso Vittorio Emanuele si fermarono nel posto sbagliato, cioè a 90 cm dal manto stradale; quindi, se frammenti dell’altare o iscrizioni o opere d’arte giacciono sul pavimento marmoreo, vi resteranno per sempre dal momento che la costruzione dei palazzi su entrambi i lati del Corso ed il Corso stesso con le sue costose fognature, marciapiedi etc. hanno reso impossibili ulteriori ricerche, almeno con i mezzi attuali. 

    Pilastro commemorante i Ludi Saeculares

Riguardo alla celebrazione che ebbe luogo intorno a questo altare nel 17 a.C., possedevamo già ampie informazioni da fonti come l’oracolo della Sibilla, cui si riferisce Zosimo, il Carmen Saeculare di Orazio e le legende ed i disegni sulle medaglie coniate per l’occasione; ma il rapporto ufficiale, scoperto il 20 settembre del 1890, impressiona in maniera completamente differente; ci consente quasi di prendere parte realmente alla processione, di seguire con passione Orazio quando guida un coro di 54 fanciulli e fanciulle di stirpe patrizia che cantano l’inno da lui composto per l’occasione. 

Nelle operazioni che precedettero, costituirono e seguirono la celebrazione, c’è un tono di buon senso e semplicità, a dimostrazione del rapporto e del mutuo rispetto tra Augusto, il Senato ed i Quindecemviri; lo si evince dalle risoluzioni adottate dai diversi organi dello Stato, dai proclami indirizzati al popolo e dall’organizzazione delle festività, per le quali si attendeva più di un milione di spettatori; i moderni Governi potrebbero trarre insegnamento di dignità civica da questo rapporto. 

Il rapporto ufficiale inizia, o meglio iniziava (le prime linee sono mancanti), con la richiesta dei Quindecemviri al Senato di prendere in considerazione la loro proposta e di garantire i fondi necessari, seguita da un decreto del Senato che accetta la proposta ed invita Augusto ad assumere la direzione delle celebrazioni. La richiesta fu indirizzata al Senato il 17 febbraio da Marco Agrippa, presidente dei Quindecemviri, in piedi di fronte agli scranni dei Consoli. 
Che scena a poterla testimoniare! Possiamo immaginarci i due Consoli, Gaio Furnio e Giunio Silano, vestiti dei loro abiti ufficiali, che ascoltano il discorso del grande statista supportato da venti colleghi, tutti ex Consoli scelti tra i più nobili, ricchi e valorosi patrizi del tempo. 
Il Senato conviene che la preparazione della celebrazione, la costruzione dei palchi, degli ippodromi e delle tribune temporanee, sarebbe stata eseguita da appaltatori (redemptores) e che l’Erario avrebbe fornito i fondi. 

Le linee 1-23 contengono una lettera di Augusto ai Quindecemviri che dettaglia il programma delle cerimonie, il numero ed il livello delle persone che vi avrebbero preso parte, le date e gli orari, il numero ed il tipo delle vittime sacrificali. 
Due passi del manifesto imperiale sono particolarmente degni di nota. Il primo, che durante i tre giorni di Giugno dall’1 al 3, i tribunali sarebbero stati chiusi, e la Giustizia non sarebbe stata amministrata. Il secondo, che le donne che portavano il lutto, avrebbero dovuto togliere quel segno di dolore per quell’occasione. Il decreto è datato 24 marzo. 

Ricevuto il documento, i Quindecemviri votano e approvano diverse decisioni: che le regole da seguire durante le cerimonie si sarebbero dovute pubblicare con un avviso (albo propositae); che le mattine del 26, 27, e 28 maggio si sarebbero destinate alla distributio suffimentorum, con la quale i Quindecemviri  avrebbero distribuito torce, zolfo e bitume per le purificazioni; 
e che le mattine del 29, 30, e 31 di maggio, sarebbero state destinate alla frugum acceptio, o distribuzione di farina, orzo, e fagioli. 
Per evitare affollamenti sono definiti quattro centri di distribuzione, ognuno dei quali è posto sotto la supervisione di quattro membri del collegio, per un totale di sedici delegati. 
I luoghi indicati nel programma sono: la sommità del Campidoglio, l’area prospiciente il tempio di Giove Tonante, il Portico delle Danaidi sul Palatino, ed il tempio di Diana sull’Aventino. 

Il 23 maggio il Senato vota nei Septa Julia — le cui rovine esistono ancora oggi sotto il Palazzo Doria e la Chiesa di S.Maria in Via Lata — ed approva due risoluzioni. 
L’inno di Orazio allude alla prima, vv.17-20, : 
"O dea, sia che tu scelga il titolo di Lucina o Genitale, moltiplica la nostra prole e proteggi il decreto del Senato che favorisce i matrimoni e le sue leggi". 
Tra le sanzioni che colpivano gli uomini o le donne che non si sposavano tra le età di venti e cinquanta anni, c’era il divieto di presenziare a festività pubbliche o cerimonie di Stato.

 Il Senato, considerando l’occasione eccezionale dei Ludi Saeculares, che nessuno tra i viventi avrebbe rivisto, rimosse questo divieto. 
La seconda decisione decretò l’erezione di due colonne commemorative, una di bronzo, l’altra in marmo, sulle quali si sarebbe inciso il rapporto ufficiale della celebrazione. La colonna in bronzo è probabilmente persa per sempre, ma quella in marmo è quella recuperata sulle sponde del Tevere il 20 settembre del 1890, l’iscrizione che sto cercando di illustrare.

La celebrazione vera e propria ebbe inizio all’ora seconda della notte del 31 maggio. Si offrirono sacrifici ai Fati sugli altari eretti tra il Tarentum e le sponde del Tevere, nel luogo dove oggi sorge S. Giovanni dei Fiorentini; altre cerimonie si officiarono su palchi in legno illuminati da fiaccole e fuochi. Questo teatro temporaneo non era provvisto di posti a sedere e le testimonianze lo definiscono un "palco senza teatro".
 Nelle manifestazioni del giorno successivo e in quelle del 2 giugno che si tennero sul Campidoglio e sul Palatino, si osservò il seguente ordine nella processione cerimoniale; prima veniva Augusto in qualità di Imperatore e Pontifex Maximus, di seguito i Consoli, il Senato, i Quindecemviri ed altri collegi di sacerdoti, quindi seguivano le Vergini Vestali ed un gruppo di centodieci matrone (tante quanti gli anni nel saeculum) scelte tra le matres familiae più esemplari di oltre venticinque anni di età. 
Era previsto che ventisette ragazzi e ventisette ragazze di stirpe patrizia, i cui genitori erano ancora in vita (patrimi et matrimi), cantassero il 3 giugno l’inno appositamente composto da Orazio, stando a quanto dice il rapporto (riga 149): "Carmen composuit Q. Horatius Flaccus".

 Le prime stanze della stupenda composizione furono cantate durante la marcia della processione dal Tempio di Apollo a quello di Giove Capitolino, la parte centrale sul Campidoglio, l’ultima al ritorno verso il Palatino. Gli accompagnamenti furono suonati dall’orchestra e dai trombettieri del coro ufficiale (tibicines et fidicines qui sacris publicis praesto sunt). 

Possiamo vedere come in un sogno la ricchezza dello sfarzo e della bellezza cui i Romani assistettero la mattina del 3 giugno del 17 a.C., ed è difficile darne una descrizione. Immaginate il gruppo di cinquantaquattro patrizi vestiti delle loro tuniche candide come la neve, coronati di fiori e sventolanti ramoscelli di alloro guidati da Orazio lungo il Vicus Apollinis (la strada che conduce dalla Summa Sacra Via alla casa di Augusto sul Palatino) e la Sacra Via, cantando le lodi degli dei immortali: — 
"Quibus septem placuere colles!"

Durante quei giorni e quelle notti, Augusto diede prova di un’encomiabile forza fisica e d’animo, presenziando sempre ad ogni cerimonia e celebrando personalmente i sacrifici. Agrippa mostrò meno resistenza del suo amico e Principe. Si fece vedere solo di giorno, aiutando l’Imperatore nel rivolgere le suppliche agli dei ed ad immolare le vittime sacrificali." 

da Roma Pagana e Cristiana, Newton Compton Editori, 2004



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